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Piede piatto bambino

Indice:
Introduzione
La patologia
Le cause
Correlazioni con altre patologie
La diagnosi
La terapia conservativa
Il trattamento chirurgico
Prevenzione e consigli

 

Il piede piatto del bambino non deve essere sempre considerato una patologia. Tutti i bambini nascono con il piede piatto, ovvero privo di quella zona rialzata denominata “volta plantare” normalmente presente nel piede dell’adulto. Si tratta di un fenomeno fisiologico, infatti il bambino che impara a camminare ha bisogno di maggiore stabilità e necessita di una base di appoggio più ampia, in questa fase il piede piatto è un vantaggio e non può essere considerato patologico. Fino agli 8-12 anni di età la mancanza dell’arco plantare è quindi una situazione transitoria, con il passare del tempo la volta del piede assumerà una curvatura normale.

Descrizione della patologia, definizione e sintomi

In una situazione normale il piede presenta sul bordo interno una zona rialzata detta “volta plantare” o “volta longitudinale interna”. Questa zona non poggia al suolo e con la sua forma ad arco consente una corretta distribuzione del peso del corpo sul piede. Il piede piatto è una malformazione anatomica caratterizzata da un appiattimento totale o parziale della volta plantare mediale. Alla patologia in genere non si associano sintomi particolari, ma i pazienti possono evidenziare un senso di pesantezza o di frequente affaticamento nel compiere normali attività quotidiane. Conosciuta anche come “sindrome pronatoria”, questa patologia si associa al valgismo del retro piede, o “piede piatto valgo”. In questi casi osservando da dietro il paziente mentre è in piedi si nota che il calcagno è rivolto verso l’interno. Occorre precisare che in una fase iniziale della deambulazione, dai 10 mesi di età fino ai 3 o 4 anni, il bambino presenta un naturale valgismo di circa 12-15 gradi. Solo verso i 5-6 anni questo tenderà a stabilizzarsi arrivando attorno ai 5-7 gradi. Fino a questa età è possibile osservare casi di soggetti che camminano poggiando i piedi intraruotati oppure in punta. Tranne rari casi, si tratta di fenomeni transitori che evolveranno favorevolmente con il passare del tempo, senza bisogno di alcuna correzione. Progressivamente tra gli 8 e i 12 anni il piede inizia ad assumere l’aspetto del piede dell’adulto. È questa la fascia di età nella quale il medico specialista può stabilire se il bambino ha la tendenza a sviluppare un piede piatto e se c’è quindi la necessità di ricorrere alla terapia chirurgica.

Le cause

Il piede piatto in età pediatrica è spesso associato ad altre condizioni che sono per lo più congenite, come ad esempio la presenza di sinostosi (ossa fuse) tarsali o una lassità congenita, legata o meno a sindromi complesse come:
  • Sindrome di Marfan – malattia sistemica che colpisce il tessuto connettivo che è caratterizzata dalle diverse associazioni di sintomi muscolo-scheletrici, cardiovascolari, polmonari e anche oculari.
  • Sindrome di Ehlers-Danlos – costituita da un gruppo di malattie ereditarie del tessuto connettivo, tra loro eterogenee, che possono presentare cute iperelastica, iperlassità articolare e fragilità dei tessuti.
Anche patologie neuromuscolari come paralisi cerebrali, miopatie o distrofie possono associarsi a tale deformità del piede. Come nel piede piatto dell’adulto, quello del bambino, in alcuni casi, può essere la conseguenza di traumi, soprattutto fratture del calcagno o dell’astragalo. Altri fattori predisponenti possono essere l’obesità, l’utilizzo eccessivo di calzature prima dei 6 anni, una storia familiare positiva per piede piatto.

Correlazioni con altre patologie

Come sottolineato il piede piatto è spesso associato al valgismo del retropiede e si può accompagnare ad un avampiede abdotto, cioè rivolto verso l’esterno e a brevità del tendine d’Achille. In un piede piatto, inoltre, un anomalo appoggio del piede con una conseguente inadeguata distribuzione del peso del corpo sulla pianta può portare all’insorgenza di patologie secondarie come artrosi della caviglia, alluce valgo, fascite plantare e iperpronazione (rotazione eccessiva del piede verso l’interno). Possono originarsi inoltre anche problemi di tipo posturale.

La diagnosi

Per verificare se un bambino poggia correttamente i piedi in fase di deambulazione ed escludere la presenza di una vera e propria patologia, è importante effettuare una prima visita ortopedica di controllo attorno ai 6 anni. Durante la visita il medico specialista rivolge delle domande al bambino e ai suoi genitori per stabilire se il piccolo paziente ha dolore ai piedi e in quali circostanze questo si manifesta. Viene inoltre valutata sia la camminata a piedi nudi, sia indossando scarpe e il tipo di usura subito nel corso del tempo dalle calzature. Il protocollo richiede l’esecuzione di una radiografia di entrambi i piedi sotto carico per valutare eventuali anomalie scheletriche. Indagini come la TAC sono invece richieste solo in particolari casi.

Terapia conservativa

Se durante la prima visita di controllo viene diagnosticata una “sindrome pronatoria” associata a “piede piatto valgo”, lo specialista ortopedico può suggerire l’adozione di scarpe con un inserto plantare standard, comunemente presenti sul mercato. In casi reputati più severi, possono essere prescritti dei plantari personalizzati, realizzati da un tecnico ortopedico qualificato a partire dall’impronta dei piedi del paziente. I plantari o le calzature rigide sono in grado di alleviare i disturbi ai piedi, ma non sono in grado di modificare lo sviluppo dell’arco del piede. Tale risultato può essere ottenuto solo attraverso l’intervento chirurgico.

Trattamento chirurgico

Il ricorso all’intervento chirurgico è consentito nei soli casi in cui dopo gli 8-9 anni di età è ancora presente una forma rilevante di piede piatto e il bambino riferisce disturbi dolorosi che non gli consentono di camminare correttamente o di svolgere attività sportiva. L’età più indicata per eseguire l’intervento è compresa fra gli 8-12 anni, ma in particolari situazioni si può arrivare a pianificarlo anche attorno ai 13-14 anni. Occorre comunque considerare che le possibilità di completa risoluzione del piattismo diminuiscono con l’aumentare dell’età. L’intervento di artrorisi con vite endosenotarsica, prevede l’introduzione di una piccola vite del diametro di 9-10 millimetri all’interno di una cavità del piede, il seno del tarso. L’accesso è eseguito attraverso una mini-incisione cutanea di 1 centimetro, effettuata sotto semplice sedazione farmacologica in anestesia locale. La vite posizionata si oppone alla pronazione del calcagno facendo risalire la volta plantare e correggendo così la posizione del piede. Tale correzione inizialmente è di natura meccanica, ma successivamente diviene di natura propriocettiva. Infatti lo stimolo meccanico che la vite esercita a livello dei recettori presenti nei tessuti del seno del tarso stimola i muscoli deputati al mantenimento della volta del piede. La durata dell’intervento è di una quindicina di minuti e in oltre il 95% dei casi non vi è la necessità di rimuovere la vite. In rari casi, se il paziente avverte fastidio durante la corsa o l’attività sportiva, a distanza di uno o due anni dall’intervento, è possibile rimuovere la vite inserita, senza compromettere la correzione ottenuta. Per le prime due settimane dopo l’intervento il bambino cammina con un tutore e due stampelle, senza appoggiare il piede a terra. Dalla terza settimana inizia ad appoggiarlo in modo progressivo, abbandona il tutore e indossa una scarpa da ginnastica. Già dopo 15 giorni è consentito nuotare, mentre dopo 6 settimane è possibile tornare ad effettuare una corsa leggera. Per gli sport “di contatto” quali calcio, basket, pallavolo la ripresa avviene dopo circa 4 mesi.

Prevenzione e consigli

Non ci sono particolari consigli per prevenire lo sviluppo del piede piatto in età pediatrica. Si ricorda inoltre che fino ai 5 anni di età l’assenza dell’arco plantare del piede è da considerarsi del tutto fisiologica. In assenza di sintomi non è necessario effettuare alcun trattamento e in generale, ai bambini con piede piatto non dovrebbe essere preclusa alcuna attività. Al fine di favorire lo sviluppo neuromuscolare e quindi dell’arco plantare stesso, fino ai 5-6 anni di età è consigliabile evitare, per quanto possibile, l’utilizzo di calzature.

 

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